Regia:
WILLIAM A. WELLMAN
Assistente alla regia:
ROBERT ALDRICH
Soggetto tratto dalle cronache dal fronte di Ernie Pyle
Sceneggiatura: Leopold Atlas, Guy Endore, Philip Stevenson;
Fotografia: Russell Metty; Montaggio: Otho Lovering, Albrecht Joseph;
Musica: Ann Ronell, Louis Applebaum
Cast:
BURGESS MEREDITH (Ernie Pyle),
ROBERT MITCHUM (ten. Walker), FREDDIE STEELE (serg. Warnicki),
WALLY CASSELL (soldato Dondaro), JIMMY LLOYD (soldato Spencer), JACK
REILLY (soldato Murphy), BILL MURPHY (soldato Mew), TITO RENALDO (Lopez),
WILLIAM SELF (Henderson), e altri attori non professionisti,
autentici veterani della campagna d'Italia.
Prodotto da Lester Cowan per la United Artists (B/N, durata 109')
Novembre 1942. Ernie Pyle, un giornalista diventato
corrispondente di guerra, si aggrega alla Compagnia C del 18°
Fanteria pochi giorni prima che le reclute ricevano l'ordine di
recarsi al fronte, in Nord Africa. Il battesimo del fuoco è
un'esperienza terribile e devastante per quei ragazzi inesperti, che
trovano però nel tenente Walker, di poco più anziano di loro, una
figura paterna e protettiva. Dopo l'operazione Torch nordafricana,
Pyle lascia la compagnia per recarsi su altri fronti, ma la ritrova
poi in Italia, sul finire del 1943. Ci sono alcune facce nuove,
altre mancano all'appello, ma ciò che colpisce Pyle è l'aspetto
indurito e provato di quei ragazzi, che sembrano aver perso per
sempre quell'innocenza che, all'inizio, li aveva fatti trepidare per
la sorte del loro cagnolino-mascotte.
Walker, taciturno e pensoso, è stato promosso capitano. Il sergente
Warnicki, il classico "duro" che pungola e rimprovera i suoi uomini,
ha ricevuto da casa un disco con incisa la voce del figlio, e cerca
disperatamente un grammofono funzionante. Il soldato Murphy ha una
love-story con un'infermiera dell'esercito, e smania per sposarla.
Il soldato Dondaro, di origini italiane, ha smesso di fare lo
spaccone e si guarda intorno, smarrito, tra le macerie di un Paese
che aveva immaginato come una specie di Eden.
Siamo nei pressi della Linea Gustav. La Compagnia "C" espugna una
cittadina tenuta dai tedeschi, ma poi deve snidare i temibili
cecchini che si sono arrampicati sul campanile della chiesa. Intanto
il sergente si aggira tra le macerie, trova finalmente un
grammofono, ma è privo di puntina. Murphy convince il parroco a
celebrare il proprio matrimonio nella chiesa semidiroccata, e Pyle
si presta a fare "il padre della sposa". La tregua dura poco, la
Compagnia deve riprendere la marcia, ma ne viene impedita da una
forte postazione tedesca, arroccata in un convento in cima a una
collina. Il capitano Walker le prova tutte, cercando di evitare un
assalto frontale, che significherebbe una micidiale falcidia tra i
suoi uomini. Nulla da fare, il convento sembra inespugnabile. Il
novello sposo è uno dei primi a morire, e quella sera stessa, Pyle
scrive un articolo commovente, che inizia così: «Era soltanto un
bravo ragazzo dell'Indiana. Non si sarebbe mai potuto immaginare che
potesse uccidere qualcuno..». Intanto il sergente Warnicki è
riuscito ad ascoltare la voce del figlio, ma è preso da una crisi
isterica durante uno scontro col nemico, e deve essere
immobilizzato. Il capitano Walker non può più rimandare la carta
disperata dell'assalto frontale, e guida personalmente ciò che resta
dei suoi uomini all'attacco.
La postazione tedesca è infine zittita, la strada per Roma è ora
aperta. Seduto al ciglio della strada, tra i sopravvissuti esausti e
in preda allo choc, Pyle vede scendere un mesto corteo, che porta
giù i caduti. Tra essi c'è Walker, caricato su un mulo. Uno dei
soldati, che il capitano aveva punito per negligenza, piange ora
disperato sul cadavere, tenendolo per mano. Ciò che resta della
Compagnia "C" porge un silenzioso e commosso omaggio al proprio
"padre".
ERNIE PYLE
Ernie Pyle è stato il più famoso e il più amato
dei corrispondenti di guerra americani. Dai suoi toccanti reportage
è tratto questo film, che non poteva essere altro che aneddotico:
non viene descritta "la campagna d'Italia", in realtà le vicende e i
caratteri sono adattabili a tutti i fronti, e questa universalità è
la vera forza del film.
All'inizio del 1945 Pyle ricevette un premio Pulitzer per l'articolo
sulla tragica sorte del soldato Murphy, e l'ufficio di propaganda
bellica di Hollywood mise immediatamente in cantiere questo film,
girato nei primi mesi dello stesso anno, ma che il giornalista non
vide mai, perché rimase ucciso a Okinawa il 17 aprile 1945.
Per la parte di Pyle fu scelto l'attore Burgess Meredith, che
all'epoca era un simbolo dell'onestà e integrità morale
dell'americano medio, "il ragazzo della porta accanto", se non
addirittura "Johnny Appleseed". Nel poster originale del film appare
soltanto il suo nome, tutti gli altri attori erano più o meno degli
sconosciuti, compreso Robert Mitchum. Ma fu il capitano Walker
interpretato da Mitchum a incantare le platee, così serio,
malinconico, e tuttavia affettuoso e protettivo; e con gli occhi che
trasmettevano un senso di disperata impotenza di fronte alla
tragedia di tante vite spezzate.
Il successo del film, di critica come di pubblico, fu immediato.
Ricevette le lodi della Commissione del Pentagono, e personalmente
del generale Eisenhower. Ciò che più conta, influì decisamente
sull'evoluzione del film bellico, a iniziare dal regista William
Wellman, che inizialmente non voleva dirigerlo perché, diceva, egli
era stato un aviatore e non conosceva (né apprezzava) l'oscuro
sacrificio di sudore e fatica che rappresentava il "carattere" della
Fanteria. Tuttavia seppe rappresentare l'oscuro e anonimo fante,
«che vive così miserabilmente e muore così miserabilmente», in modo
talmente efficace e veritiero, che volle ripetersi qualche anno più
tardi in un altro indimenticabile capolavoro sulla Fanteria,
Battleground! (Bastogne, 1949).
Una delle trappole più evidenti che un film così doveva evitare, era
il facile sentimentalismo che si può ottenere da situazioni e
personaggi stereotipati: a giudizio dei critici Wellman vi riuscì
perfettamente, con un impianto drammatico costantemente sottotono,
che dava la sensazione - assai rara per il cinema bellico dell'epoca
- di assistere a un documentario. Lo scrittore e sceneggiatore James
Agee ebbe a scrivere, dopo la "prima" del film, «Molte cose di
questo film mi commuovono, eppure nessuna di queste mi fa avvertire
quella sensazione di essere stato cinicamente ingannato e
turlupinato, che di solito provo al cinema.» Elogiò senza riserve il
film come «una tragica ed eterna opera d'arte», e ne apprezzò
«l'abilità di costruire un lungo e impercettibile castello di
crescente purezza e intensità ».
Da parte sua, Samuel Fuller, che a sua volta lasciò un'impronta
personalissima sui film di genere, compreso quello bellico (basti
ricordare Il grande Uno Rosso), dichiarò in seguito che «a
parte The Story of G.I. Joe di Wellman, che ha capito cosa
siano effettivamente la morte e la carneficina, tutti i film di
guerra sono piuttosto ingenui e completamente falsi.»
Quella di Fuller è una boutade, tra i film di guerra "falsi" (anche
se tutt'altro che ingenui) ci sono anche i suoi, a ben vedere, ma è
indubbio che I forzati della gloria rappresentò una svolta
importante nella rappresentazione filmica della guerra, e se ciò fu
riconosciuto immediatamente dopo l'uscita del film, è sconsolante
constatare come quest'opera sia stata inspiegabilmente rimossa dalla
memoria storica del cinema..
Il film ebbe quattro nomination all'Oscar: per la sceneggiatura, per
la musica, per la canzone originale (Linda, di Ann Ronell),
e per l'attore non protagonista, Robert Mitchum. Nessuno di questi
ricevette il premio, ma per Mitchum restò l'unica nomination della
sua lunga carriera!
Però il successo personale conseguito lanciò l'attore verso ruoli
sempre più importanti, che fecero di lui una della più grandi
star di Hollywood. Curiosamente, Mitchum fu chiamato alle armi
mentre lavorava a questo film, e ottenne una serie di rinvii per
poterlo completare. Una volta arruolato, gli fu concesso di
presenziare alle "prime" di G.I. Joe nel quadro delle
public relations dell'esercito, che trovava assai positivo il suo
personaggio. Certamente Mitchum era più positivo per l'esercito come
attore che come soldato, perché ebbe una ferma assai burrascosa e
costellata di insubordinazioni: fu degradato due volte da sergente a
soldato semplice. Col suo solito humour, disse in un'intervista che
odiava talmente la vita militare che «quando mi trascinarono via, mi
rimasero pezzi della veranda di casa sotto le unghie con cui mi ero
attaccato».
Antologia della
critica
Norman Kagan (in: I film di guerra / Storia illustrata del
cinema)
I forzati della gloria, uscito dalla penna del giornalista
Ernie Pyle, diretto da William Wellman, è lo studio in stile
documentario di un battaglione di fanti esausti, sporchi e logori. I
personaggi all'inizio sembrano degli stereotipi, ma mano a mano che
il film procede ci fanno capire quanto esasperante, delirante, sia
l'atmosfera della battaglia. La critica notò come il capitano (Robert
Mitchum) diventi poco a poco una figura di primo piano, e come la
sua morte rappresenti una terribile tragedia per tutti.
Le sequenze d'azione sono in perfetta sintonia con il resto della
pellicola e raggiungono la massima intensità quando gli uomini,
ormai ai limiti delle forze, rendono un accorato omaggio al loro
capitano ucciso.
John Belton (in: ROBERT MITCHUM / Storia illustrata del cinema)
Il film è un'apologia, ma condotta in tono sommesso, senza enfasi,
del soldato semplice. Riesce ad esprimere il senso della routine
giornaliera dell'esercito: salire e scendere dai camion,
attraversare i fiumi, marciare sotto la pioggia, combattere nemici
invisibili dentro chiese demolite. L'atteggiamento populista di
Wellman nei confronti dell'individuo comune e quello umanistico di
Pyle nei confronti della guerra si combinarono in una visione
realistica e tuttavia poetica dell'attività poco eroica e poco
gloriosa della fanteria in periodo bellico.
(Giudizio critico dell'enciclopedia Il Cinema,
edita da De Agostini) Può
darsi che gli spettatori di oggi si sentano un po' meno entusiasti
di Agee e di Fuller. Il Vietnam ha messo in luce uno degli aspetti
meno dibattuti della guerra: non tutti gli ufficiali brillano per
attitudine al comando, e i loro stanchi e impauriti subalterni
possono tanto obbedire quanto sparare loro addosso. I forzati
della gloria parte tuttavia dal presupposto che il tenente
Walker sia un abile e scrupoloso ufficiale a cui sta a cuore
soprattutto l'incolumità dei propri uomini, presupposto che lo
svolgimento dell'azione dimostra in modo convincente, tanto che al
momento della morte del tenente non si può fare a meno di provare
una sincera commozione.
Per dare ad Agee ciò che è di Agee, bisogna ammettere che tra tutti
i film di guerra di Hollywood, gonfi di eroismo e di retorica
patriottica, I forzati della gloria costituisce
un'eccezione poiché mostra la guerra dal punto di vista di un umile
soldato, per il quale essa non è altro che un incomprensibile
susseguirsi di fango, di confusione e di fatica, un calvario in cima
al quale molto probabilmente lo attende una croce di Iegno. Come
diceva Fuller, il film ci fa comprendere con straordinaria
immediatezza che cosa sia veramente la morte e risulta molto più
efficace di tutta la retorica pacifista di All'ovest niente di
nuovo (All Quiet on the Western Front, 1930), dove gli
orrori della guerra sono sempre soltanto intravisti.
Morando Morandini (in: Il Morandini, Dizionario dei film)
Per sobrietà, nitore di scrittura registica, quasi documentaristica,
e rifiuto della retorica a livello di sceneggiatura, è uno dei
migliori film sulla seconda guerra mondiale, usciti a ridosso della
guerra stessa, e un commosso e sommesso omaggio alla fanteria. I
personaggi sono all'inizio stereotipati, ma a poco a poco emergono
come figure drammatiche: l'estremo saluto dei soldati esausti al
comandante del reparto (R. Mitchum) morto ne è la testimonianza più
forte.
Mario Guidorizzi (in: Hollywood 1930/59)
Ottimo stile documentaristico, un po' inquinato dall'uso degli
interni, che descrive con molto realismo la guerra e fa conoscere da
vicino un grande personaggio poi caduto ad Okinawa.